Un’azienda di retail nostra cliente, ha un sito web con migliaia di pagine di prodotto. Di recente ha cambiato il materiale con cui produce uno dei suoi prodotti di punta. Il problema però è che quel materiale non è solo la base per una tipologia di prodotto, ma (si sono accorti) è presente in misura minore in moltissime altre tipologie.
L’azienda è un “love brand” globale, i suoi prodotti sono popolarissimi e ogni cambiamento anche minimo ha impatto su tantissimi aspetti produttivi e di comunicazione. Ha quindi una politica di trasparenza molto accurata e ci tiene ad aggiornare tutte le schede prodotto.
Per farci un’idea di quante modifiche bisogna fare abbiamo fatto un audit dei contenuti: sono circa 1.400.
Se manualmente il team dovesse fare quelle modifiche, servirebbero settimane di lavoro, forse mesi: è un’attività parallela alla normale gestione dei contenuti del loro sito.
Quel materiale, poi, è indicato anche in molte schede tecniche, schede di montaggio, email transazionali.
Quanto tempo ci vuole? Quanta probabilità che quel materiale, cambi nome o includa refusi? E soprattutto, quanto controllo hanno sulla effettiva qualità di quello che scrivono?
Per questo motivo abbiamo proposto di introdurre nei loro processi il content modelling.
Quando i contenuti non sono progettati per essere riutilizzati, ogni aggiornamento diventa una produzione. Ogni nuovo canale richiede di ricominciare e ogni team finisce per avere la propria versione di una verità che avrebbe dovuto essere unica.
Cos’è un content model (e cosa non è)
Un content model è una “mappa strutturale” del tuo contenuto. Definisce:
quali tipi di contenuto esistono in un sistema
quali elementi li compongono
come si relazionano tra loro
quali regole ne governano la creazione.
È un po’ come il progetto architettonico di un edificio: una stanza non è un’entità isolata, ma definisce la struttura portante, i collegamenti, le misure standard.
Il content model fa la stessa cosa per il contenuto: crea una struttura che regge tutto il resto.
Un content model documenta tutti i tipi di contenuto presenti o previsti in un progetto, con la definizione dettagliata degli elementi di ciascun tipo e delle relazioni tra loro.
Rachel Lovinger, A List Apart, 2012
Content model, content strategy, architettura delle informazioni
Content model, content strategy e architettura dell’informazione sono concetti che vengono spesso confusi o usati in modo intercambiabile. Peccato, perché sono parenti, ma neanche tanto stretti:
la content strategy definisce il perché e il cosa: quali contenuti produci, per chi, con quale obiettivo, attraverso quali canali. Risponde alla domanda: cosa vogliamo comunicare e a chi?
l’architettura delle informazioni definisce come i contenuti si organizzano e si navigano: la struttura di un sito, la gerarchia delle pagine, i sistemi di etichettatura. Risponde alla domanda: dove trovano le cose gli utenti?
il content model definisce come il contenuto è strutturato internamente: i suoi componenti, i suoi attributi, le sue relazioni. Risponde alla domanda: di cosa è fatto il contenuto e come può essere riutilizzato?
Tutti e tre sono necessari, e il content model non sostituisce gli altri: li rende possibili a scala.
Il content model come blueprint
Un content model viene di solito descritto come un database. La similitudine non è del tutto corretta: è più simile a un blueprint, il progetto architettonico.
Un blueprint è la rappresentazione strutturata di come l’edificio funziona, che permette a chiunque (architetti, ingegneri, ditta di costruzioni) di lavorare con una visione condivisa.
Allo stesso modo, il content model non è il contenuto: è piuttosto la struttura che lo rende coerente, riutilizzabile e gestibile nel tempo. E come un buon progetto architettonico, deve essere comprensibile non solo a chi lo ha creato, ma a tutti i team che lavorano con il contenuto.
Contenuto strutturato, non strutturato, semantico
Non tutto il contenuto è uguale: per questo, capire in quale categoria ricade il tuo contenuto oggi è il primo passo per farti un’idea su quanto sia facile (o difficile) renderlo riusabile.
Cos’è il contenuto strutturato
Il contenuto strutturato è contenuto organizzato in componenti distinte, ciascuna con caratteristiche e un ruolo definiti.
Una scheda prodotto con campi distinti per titolo, descrizione breve, descrizione lunga, prezzo, immagini e categorie è contenuto strutturato. Ogni campo è distinto dagli altri, ha delle specificità e può essere estratto, aggiornato o riusato indipendentemente.
Il contenuto strutturato è flessibile, facile da aggiornare e adatto alla pubblicazione su canali diversi.
È però quello che richiede più lavoro di progettazione iniziale.
Cos’è il contenuto non strutturato
Il contenuto non strutturato è contenuto scritto come un blocco unico, senza separazione esplicita tra le sue parti.
Un articolo di blog scritto in un editor di testo, un PDF costruito direttamente in InDesign, una pagina web dove il testo è inserito in un unico campo: questi sono esempi di contenuto non strutturato.
Non è necessariamente un contenuto di bassa qualità, ma è comunque difficile da riusare, perché le sue parti sono indistinguibili l’una dall’altra senza leggerlo per intero.
Cos’è il contenuto semantico
Il contenuto semantico è contenuto arricchito con metadati che ne descrivono il significato, non solo la forma.
Un contenuto semantico è per esempio un articolo che specifica:
il suo argomento principale
il pubblico di riferimento
il livello di complessità
le relazioni con altri contenuti.
I motori di ricerca generativi lavorano prevalentemente con contenuto semantico: cercano non solo le parole, ma il significato che le parole esprimono.
Il contenuto semantico non richiede necessariamente una struttura rigida, ma un livello di consapevolezza progettuale su cosa il contenuto è, non solo su cosa dice.
Come riconoscere il tipo di contenuto?
Puoi fare una verifica rapida: prendi un contenuto che gestisci frequentemente (una pagina di prodotto, una voce di FAQ, una descrizione di servizio). Chiediti:
posso aggiornare il titolo senza toccare il resto?
posso pubblicare solo la descrizione breve su un canale diverso senza copiare e incollare manualmente?
so esattamente dove vive ogni parte di questo contenuto in tutti i canali in cui appare?
Se la risposta a una o più di queste domande è no, il tuo contenuto è probabilmente non strutturato o strutturato in modo insufficiente.
Design modulare del contenuto: costruire una volta sola
Il design modulare del contenuto è l’approccio che rende possibile il riuso.
Torniamo al nostro caso iniziale: abbiamo delle descrizioni di prodotti (per esempio una libreria, un’anta di una cucina o un set di lenzuola matrimoniali) e vogliamo creare per ciascuna dei “blocchi” riusabili indipendenti, da assemblare, adattare e distribuire in modi diversi senza riscriverle ogni volta.
È lo stesso principio che sta alla base del design system nell’interfaccia: non ridisegni un pulsante ogni volta che ti serve, lo riusi. Il Content design modulare applica questa logica al contenuto.
Cosa sono le componenti del contenuto
Un contenuto modulare ha diversi livelli di granularità:
i chunk sono le unità minime di contenuto: un titolo, una descrizione breve, un’immagine, un dato numerico, un disclaimer. Sono riusabili in molti contesti diversi, senza modifiche.
i blocchi sono insiemi di chunk con una funzione definita: un’intestazione con titolo e sottotitolo, una card con immagine e descrizione, una sezione FAQ con domanda e risposta. Hanno una struttura interna, ma sono ancora indipendenti dalla pagina o dal canale in cui appaiono.
i pattern sono configurazioni ricorrenti di blocchi: una pagina di prodotto, una landing page, una newsletter. Puoi replicarli o adattarli: lo stesso pattern può contenere blocchi diversi a seconda del contesto.
Lavorare con questi tre livelli ti aiuta a costruire un vocabolario condiviso del contenuto che tutti i team possono usare per parlare delle stesse cose nello stesso modo.
Come funziona il riuso, in pratica
Facciamo un esempio concreto. Nella scheda prodotto di un nostro cliente una descrizione breve di uno scaffale (50 parole, tono diretto, senza tecnicismi) può apparire:
nella pagina “Servizi” del sito
in una campagna email
in una presentazione commerciale
nelle risposte di un chatbot
in un documento di offerta.
Se questa descrizione esiste come componente strutturata, aggiorni il testo una volta sola e propagare la modifica ovunque.
Se invece esiste come testo copiato e incollato in cinque posti diversi, ogni aggiornamento richiede cinque interventi, con il rischio concreto di dimenticarne uno.
Il riuso non significa pubblicare lo stesso identico testo ovunque. Significa progettare il contenuto in modo che possa essere adattato al contesto senza essere riscritto da zero.
Oltre la pagina: progettare il contenuto come dato
C’è un limite implicito in molti Content model: sono costruiti attorno alla pagina.
Definiscono cioè cosa va in una pagina, in che ordine, con quale aspetto. Se parliamo di una scheda prodotto di un mobile, troveremo una descrizione generale, dimensioni e peso, materiale e come si monta.
Questa struttura funziona finché il contenuto vive solo sul web. Nel caso del nostro cliente, l’esigenza è nata dall’aggiornare la scheda prodotto, ma abbiamo poi scoperto che un contenuto strutturato ci avrebbe reso comunque la vita più facile.
Quando si aggiungono canali (app, chatbot, voce, feed strutturati per l’AI) il content model basato sulla pagina diventa un ostacolo: il contenuto non può uscire dal formato in cui è stato pensato.
L’approccio alternativo e “domain driven” parte da una domanda diversa: quali sono i fatti, i concetti e le idee che l‘organizzazione deve comunicare?
In questo caso, non ci interessa come appaiono in una singola pagina, ma cosa sono nella realtà del dominio di lavoro.
Un’azienda che offre mobili e accessori di arredamento venduti in 62 mercati mondiali non ha solo “schede prodotto”: ha procedure di montaggio, sequenze operative e istruzioni di risoluzione dei problemi collegate a modelli specifici di una libreria o di un armadio.
Se questi elementi vengono modellizzati possono essere pubblicati come pagina, come risposta di un chatbot, come contenuto leggibile da un motore AI. E tutto a partire dalla stessa struttura.
Il primo passo nella costruzione di un domain-driven content model è comprendere che lavoro fa davvero quell’organizzazione.
Andy Fitzgerald, Content Operations Strategy & Design
Content e data model
Man mano che ci avviciniamo al tema cardine di questa guida (come creare modelli di content agentici per l’AI) dobbiamo fare una distinzione, soprattutto se lavori con dev: content model e data model non sempre coincidono.
Un content model è progettato per essere comprensibile e deve rispecchiare il modo in cui gli esseri umani pensano al contenuto.
Per esempio, un’immagine, nel content model, ha nome del file, testo alternativo, didascalia e categoria.
Nome del file:scatola-contenitore-tessuto-bianca.jpg
Testo alternativo (Alt Text):Scatola contenitore rettangolare in tessuto bianco con cerniera superiore e maniglia frontale per letti o armadi.
Didascalia:Scatola contenitore in tessuto bianco, ideale per proteggere vestiti e lenzuola dalla polvere sotto il letto o nell'armadio.
Categoria:Organizzazione Casa
Un data model è invece progettato per la struttura del database e include ID univoci, dimensioni in pixel, timestamp, formati tecnici: sono attributi che non hanno senso per chi crea contenuto.
Lo ripetiamo da anni, ma ripetere fa sempre bene: progettare prima il contenuto (e quindi il modello di contenuto) garantisce che la struttura tecnica serva le persone e non il contrario.
Creare i content type
Un content type è un modello riutilizzabile per un tipo specifico di contenuto. Definisce quali campi contine, che tipo di dati contiene ciascun campo e quali relazioni ha con altri tipi.
Facciamo un esempio. Il sito web del nostro “love brand” contiene molti articoli. Aiutano il pubblico a trovare idee, lo invogliano ad acquistare più prodotti e naturalmente danno quella “spintina” SEO che non guasta mai.
Il content type “Articolo” potrebbe avere questi campi:
titolo (testo, max 80 caratteri, obbligatorio)
data di pubblicazione (data)
contenuto principale (testo lungo)
categoria (riferimento a tassonomia)
immagine di copertina (media).
Ogni articolo nel sistema avrà questa struttura, indipendentemente da chi lo ha scritto o quando.
Un articolo dedicato a “5 idee furbe per organizzare il cambio di stagione in camera da letto” sarebbe composto così:
Titolo: 5 idee furbe per organizzare il cambio stagione in camera da letto
Data di pubblicazione: 12-04-2026
Contenuto principale: “Con l’arrivo della primavera, riorganizzare l’armadio può sembrare un’impresa. Tuttavia, sfruttare lo spazio sotto il letto è il segreto per raddoppiare la capacità della stanza. Utilizzando contenitori flessibili in tessuto, è possibile proteggere piumoni e maglioni dalla polvere senza ingombrare. Ricorda di dividere i capi per colore o per tipologia prima di riporli, inserendo magari un sacchetto profumato alla lavanda…” (etc).
Categoria: [Organizzazione Casa]
Immagine di copertina: [nome del file].
Attributi, campi e relazioni
Ok: adesso il discorso si fa un po’ più complicato. Ogni content type è composto da attributi, cioè i suoi campi, e dalle relazioni con altri content type.
Gli attributi descrivono le proprietà del contenuto: testo, numero, data, media, etc. La scelta del tipo di attributo non è banale: un campo “data di pubblicazione” come testo libero non si può ordinare né filtrare, ma come campo data, sì.
Le relazioni collegano i content type tra loro. Un articolo ha una relazione con il suo autore, con le sue categorie, con i tag. Queste relazioni permettono di navigare il contenuto in modo semantico: tutti gli articoli di un certo autore, tutti i contenuti di una certa categoria.
Le regole definiscono i vincoli: un campo obbligatorio, un limite di caratteri, un formato specifico. Le regole esistono per garantire la qualità e la coerenza del contenuto nel tempo, indipendentemente da chi lo crea.
Il beneficio che puoi vedere subito è di organizzazione: quando i content type sono definiti e documentati, lavorare in team è più semplice: tutti fanno riferimento allo stesso modello standard.
Chi progetta una card per un content type “scheda prodotto“, per esempio, sa che avrà sempre un titolo, un’immagine, un testo descrittivo, e campi dedicati alla descrizione del prodotto e al suo montaggio.
Ovviamente, questo lavoro richiede disciplina e struttura. Chiamiamolo col vero nome: molto tempo, molto impegno.
Il motivo che spinge molte organizzazioni a evitare i modelli di contenuto è ovviamente il tempo. Se devi crearli all’inizio hai bisogno di tanta chiarezza e tanta elasticità.
Capita spessissimo di creare la regola e poi scoprire che non copre alcuni user case, e doverla rilavorare più volte.
Anche un content model nel suo piccolo, è una questione di cultura, e parte un problema notorio ai team di design e soprattutto a quelli di content: come si spiega la struttura del contenuto a CEO, project manager o developer?
Un modo ci sarebbe: lavorare sulle operations. Il content model non vive da solo, ma risiede dentro un sistema più ampio di content operations, cioè quell’insieme di persone, processi e tecnologia che un’organizzazione usa per pianificare, creare, pubblicare e gestire contenuto.
Come usare l’AI per costruire e iterare un content model
Sul cloud di Officina Microtesti abbiamo una cartella di modelli per qualsiasi tipo di contenuto.
Li abbiamo in formati diversi: skill .md create con Claude o file .json (il formato standard per conservare dati stratturati).
È frutto di un lavoro matto e disperatissimo fatto l’inverno scorso, tra tentativi fallimentari e risultati di pessima, discreta, buona e persino qualcosa di ottima qualità.
Li abbiamo divisi per sottocartelle: dai modelli per i microcopy delle componenti UI a quelli per creare long form in plain language, in italiano e in inglese.
La regola di base è questa: l’AI non sa cosa fai. Contesto e regole li dai tu, ma tutto quello che manca all’inizio potrebbe mancare anche alla fine.
Insomma, la regola del trash in, trash out: quello che immetti torna a te, se è ben strutturato torna strutturato, se ha lacune e buchi semantici insomma, ma che ti aspetti?
L’AI può essere un alleato utile nel processo di content modelling, soprattutto quando si parte da contenuto esistente non strutturato e si vuole capire dove cominciare. Non sostituisce però il ragionamento progettuale: quello resta sempre in capo a te.
Ti faccio un esempio: una software house italiana che produce il software con cui fai le fatture (forse il più famoso in Italia) ci ha affidato un’attività di progettazione dell’interazione con alcune componenti testuali che appaiono in uno dei suoi prodotti di punta.
Per poter rendere il team autonomo, abbiamo lavorato a una skill che contenga:
dati generali su azienda e il software
dati di contesto sullo user journey e il target
dati di brand, come il tono di voce
dati di behavioural design, supportati da user test.
Accanto a queste informazioni, abbiamo creato dei modelli che danno struttura al contenuto, e dicono per singola interazione l’obiettivo, il formato, la struttura della frase.
Abbiamo raccolto tutti i dati, e abbiamo costruito la skill con l’aiuto di Claude. La skill è riusabile, e con il prompt giusto produce ottimi microcopy.
Prompt utili per avviare un Content model
Se parti da zero, possono aiutarti i prompt che abbiamo creato noi. Sono il risultato di parecchi errori e prove: adattali al tuo contesto, più dettagli dai, più utile sarà la risposta.
Faccio però una premessa: questi prompt non costruiscono il modello al posto tuo.
Sono “impalcature” per generare più in fretta, ma partono dal contenuto che hai già e non dal nulla. Vale sempre la regola di prima: trash in, trash out.
Dagli i tuoi contenuti veri, non esempi inventati.
1. Prompt per fare il Content audit Prima del modello ti serve capire cos’hai già: quanto contenuto, di che tipo, e quante volte la stessa cosa è scritta in posti diversi.
Ti do un export dei miei contenuti [CSV, elenco di URL: incollane quanti ne hai, o un campione rappresentativo]. Fammi un audit. Per ogni contenuto dimmi di che tipo è (scheda prodotto, FAQ, articolo...) e segnala i problemi che vedi: refusi, nomi diversi per la stessa cosa, formati incoerenti, parti duplicate. Soprattutto: trova dove lo stesso fatto o lo stesso pezzo [un materiale, un prezzo, una dicitura] compare in più contenuti, e dimmi in quanti. È il numero che mi dice quanto lavoro mi aspetta davvero. Lavora solo su quello che ti ho dato: se il campione è parziale dillo, e non estrapolare percentuali su un totale che non hai visto.
2. Prompt per capire che tipo di contenuto hai in mano Non sai dove sei se non sai cosa hai. Questo serve a fotografare il contenuto che gestisci ogni giorno e a capire quanto è (o non è) pronto per essere riusato.
Lavora come content strategist. Ti incollo 3-5 contenuti che gestisco spesso [scheda prodotto, FAQ, pagina servizio]. Per ciascuno dimmi senza giri di parole: è strutturato, non strutturato o semantico? Quali parti sono già pezzi distinti e riusabili, e quali invece stanno incollate dentro un blocco unico? Cosa, oggi, mi impedisce di aggiornarne una parte sola o di pubblicarla altrove senza copia-incolla? Se un'informazione nel testo non c'è, dimmelo: non inventartela.
3. Prompt per creare i content type da quello che esiste già Qui non parti dal foglio bianco: parti da quello che hai già scritto. Il prompt cerca i pattern che si ripetono e li trasforma in modelli.
Ti incollo [numero] contenuti dello stesso tipo [es. schede prodotto]. Trova i pattern che si ripetono e proponimi 1-3 content type. Per ognuno: elencami i campi che tornano in (quasi) tutti gli esempi e segnala quelli che compaiono solo in alcuni. Di questi ultimi dimmi se sono eccezioni da ignorare o varianti vere da modellare. Lavora solo su ciò che vedi nei testi che ti ho dato, non su come "di solito" è fatta una scheda prodotto.
Conclusione: costruisci una volta, riusa per sempre
Come hai visto, i Content model servono a smettere di trattare ogni aggiornamento come una produzione da capo.
Quando un modello funziona, puoi automatizzarlo con una skill o un file. La prima volta sarà una bella fatica, ma tutte le volte dopo è tempo che ti regali.
Come anticipato, non esiste una soluzione magica che fa tutto in automatico (per fortuna). Tutto nasce dai tuoi contenuti veri, e la qualità di questi contenuti determina la qualità del risultato.
Non ci sono prompt che ti consegnano un modello pronto, servono solo per arrivare prima al ragionamento (che però resta tuo).
E se, come le aziende che ti abbiamo citato, hai bisogno di un aiuto per modellare i contenuti e creare skill da riusare in modo semplice, abbiamo creato CHIARO/m® Limes: sfrutti l’AI con model e quality gate. Chiedici come fare: partiamo da quello che hai già, il resto lo costruiamo insieme.